Dalle Macerie alla Repubblica: Prefazione al Corso sulla Costituzione Italiana
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L’Italia della primavera del 1945 è un paese che non esiste quasi più. È un paesaggio di rovine fisiche e morali. Le grandi città industriali del Nord, come Milano, Torino e Genova, portano le ferite aperte dei bombardamenti aerei a tappeto; al Sud, Napoli è una metropoli sventrata, piegata dalla fame e dalle epidemie. Ma le macerie più pesanti non sono quelle di mattoni e cemento. L'Italia esce da vent'anni di dittatura fascista, dal disastro di un'alleanza fatale con la Germania nazista, dall'onta delle leggi razziali del 1938 e, infine, da una feroce guerra civile che ha diviso fratelli, famiglie e la geografia stessa della penisola tra la Repubblica Sociale a nord e il Regno del Sud.
In questo scenario di devastazione, la ricostruzione non poteva essere solo edilizia. Era necessaria una riedificazione etica, giuridica e politica. Bisognava scrivere un nuovo patto sociale che impedisse per sempre il ritorno della tirannia e che garantisse pace, diritti e dignità a un popolo stremato. Da questa esigenza assoluta, da questo abisso, nasce la Costituzione della Repubblica Italiana.

Il Primo Passo: Il 2 Giugno 1946 e la Scelta del Destino
Prima ancora di scrivere le regole della nuova casa, gli italiani dovettero decidere che forma dovesse avere questa casa. Il 2 e 3 giugno 1946, il popolo fu chiamato alle urne per due votazioni parallele: un referendum istituzionale per scegliere tra Monarchia e Repubblica, e l'elezione dei membri dell'Assemblea Costituente.
Queste elezioni rappresentarono uno spartiacque assoluto. Per la prima volta nella storia nazionale, si votò a suffragio universale reale. Le donne italiane (che avevano già votato in alcune elezioni amministrative locali pochi mesi prima) poterono finalmente votare su scala nazionale ed essere elette. L'affluenza fu un plebiscito per la democrazia: votò quasi l'89% degli aventi diritto.
La Repubblica vinse con 12.717.923 voti contro i 10.719.284 della Monarchia.
Il Re Vittorio Emanuele III, pesantemente compromesso col fascismo, aveva abdicato in extremis a maggio in favore del figlio Umberto II, sperando di salvare la dinastia. Umberto regnò per un solo mese, guadagnandosi il soprannome di "Re di Maggio". Quando i risultati del referendum furono chiari, gli ambienti monarchici denunciarono brogli (accuse che gli storici e la magistratura dell'epoca hanno poi smentito categoricamente), sottolineando che il Nord aveva votato in massa per la Repubblica e il Sud per la Monarchia. Per evitare una nuova, sanguinosa guerra civile, il 13 giugno Umberto II scelse l'esilio volontario e partì per il Portogallo, chiudendo l'era di Casa Savoia. Sulla scheda elettorale, il simbolo della Repubblica non era ancora l'attuale ruota dentata (nata dopo), ma l'effigie dell'Italia Turrita; il simbolo monarchico era lo stemma sabaudo.
L'Assemblea Costituente: Il "Velo di Ignoranza" e il Miracolo Politico
Eletto lo stesso giorno del referendum, il nuovo parlamento incaricato di scrivere la Costituzione (l'Assemblea Costituente) era composto da 556 deputati. L'Assemblea era dominata da tre grandi blocchi politici, profondamente diversi per ideologia:
La Democrazia Cristiana (DC) di Alcide De Gasperi, di ispirazione cattolica e solidarista
Il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) di Pietro Nenni
Il Partito Comunista Italiano (PCI) di Palmiro Togliatti, legato all'Unione Sovietica.A questi si aggiungevano forze minoritarie ma intellettualmente vitali come i Liberali, i Repubblicani e il Partito d'Azione
Come potevano partiti così distanti — che nella nascente Guerra Fredda sarebbero stati nemici giurati — scrivere insieme le regole del gioco?
Ci riuscirono grazie a quello che i filosofi del diritto chiamano il "Velo di Ignoranza". Nel 1946, nessun partito sapeva con certezza chi avrebbe vinto le future elezioni politiche ordinarie. Nessuno era sicuro di governare. Pertanto, tutti avevano il terrore di finire all'opposizione e di subire le angherie di una maggioranza onnipotente (come era accaduto col fascismo). Questa "sana paura" fece sì che tutte le forze politiche si accordassero per creare un sistema rigidamente garantista: pesi e contrappesi, un Presidente della Repubblica arbitro, una Corte Costituzionale a guardia delle leggi e, soprattutto, una forte tutela delle minoranze. Fu il celebre "Compromesso Costituzionale".
Per snellire il lavoro, l'Assemblea nominò una "Commissione dei 75", presieduta da Meuccio Ruini, incaricata di redigere il progetto materiale della Costituzione, divisa in tre sottocommissioni (diritti civili, ordinamento della Repubblica, diritti economico-sociali).
I Padri Costituenti: L'Architettura del Diritto
Tra i 556 membri vi erano le menti più brillanti del paese. Uomini che avevano vissuto il carcere, l'esilio o la clandestinità partigiana. Furono loro i "Padri Costituenti".
Piero Calamandrei: Insigne giurista e fondatore del Partito d'Azione. È considerato la "voce poetica" della Costituzione. A lui si deve la famosa affermazione sul carattere "presbite" della Costituzione (che vede lontano) e il celebre discorso agli studenti milanesi del 1955: "Se voi volete andare in pellegrinaggio in luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati".
Aldo Moro: All'epoca giovanissimo professore di diritto (aveva solo 30 anni), fu decisivo nel far accettare a tutte le anime dell'Assemblea un principio rivoluzionario: prima viene la "Persona" con i suoi diritti inalienabili, e solo dopo viene lo "Stato". Un ribaltamento totale dell'ideologia fascista, secondo cui nulla esisteva al di fuori dello Stato.
Costantino Mortati: Padre del diritto costituzionale moderno, a lui si deve in gran parte l'ingegneria della nostra forma di governo parlamentare e il concetto di Costituzione "materiale".
Giorgio La Pira e Lelio Basso: Rispettivamente cattolico e socialista, lottarono insieme per l'inserimento dei diritti sociali (salute, istruzione, lavoro) accanto a quelli civili (libertà di parola, di stampa).
Le Madri Costituenti: 21 Donne che Cambiarono l'Italia
Dei 556 deputati dell'Assemblea, solo 21 erano donne (nove comuniste, nove democristiane, due socialiste e una del movimento L'Uomo Qualunque). Sebbene fossero numericamente un'esigua minoranza (meno del 4%), il loro peso politico e culturale fu dirompente. Esse dovettero combattere non solo contro le divergenze politiche, ma contro il pregiudizio patriarcale radicato persino tra i colleghi di partito più progressisti.
Teresa Mattei: La più giovane di tutta l'Assemblea, eletta a soli 25 anni nel PCI. Ex partigiana (nome di battaglia "Chicchi"), a lei si deve una delle conquiste più alte del nostro ordinamento giuridico. Mentre il primo comma dell'articolo 3 sanciva l'uguaglianza formale di tutti i cittadini, Mattei si batté affinché fosse lo Stato ad attivarsi per rendere quell'uguaglianza reale. Grazie a lei e a Lelio Basso, fu aggiunto il secondo comma: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana...". Quelle due parole, "di fatto", sono il cuore pulsante dello stato sociale italiano.
Curiosità: Teresa Mattei è anche la donna che inventò la tradizione italiana di regalare la mimosa per la Festa della Donna l'8 marzo. Scelse questo fiore perché povero, diffuso nelle campagne e capace di fiorire anche nei terreni difficili, proprio come le donne italiane.
Lina Merlin (PSI): Lottò tenacemente affinché nell'articolo 3 venisse esplicitata la dicitura "senza distinzione di sesso". Molti uomini la ritenevano una specifica ridondante, ma Merlin sapeva che, senza scriverlo nero su bianco, la legge ordinaria avrebbe continuato a discriminare le donne. Il suo nome diventerà poi celebre per la legge del 1958 che chiuse le "case di tolleranza".
Nilde Iotti (PCI): Svolse un lavoro formidabile sui diritti della famiglia, battendosi (in un'epoca di diritto di famiglia ancora ottocentesco) per il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio e per la parità morale e giuridica dei coniugi, scardinando il concetto di sottomissione della moglie al "capofamiglia".
Angela Gotelli e Maria Federici (DC): Fecero squadra con le colleghe di sinistra su una battaglia fondamentale: l'accesso delle donne alla Magistratura (Articolo 51).
Curiosità: Durante i lavori dell'Assemblea, eminenti deputati uomini (tra cui persino il futuro Presidente della Repubblica Giovanni Leone) sostennero che le donne non dovessero diventare giudici perché, per questioni biologiche e ormonali, avrebbero avuto "certi giorni del mese" in cui l'emotività avrebbe offuscato il loro giudizio razionale. Le Madri Costituenti respinsero queste assurdità con determinazione ferrea, imponendo il diritto costituzionale all'accesso paritario agli uffici pubblici.
La Scelta del Linguaggio: Una Costituzione per Tutti
Una delle caratteristiche più affascinanti della Costituzione Italiana è la sua lingua. I padri costituenti fecero una scelta politica ed etica: la Costituzione non doveva essere un testo per soli giuristi, avvocati o intellettuali. Doveva essere letta e compresa dal popolo italiano, da nord a sud, operai, contadini e studenti.
Il testo finale, composto di 139 articoli, fu affidato al linguista e critico letterario Pietro Pancrazi per un'accurata revisione formale. Il risultato è un miracolo di chiarezza sintattica.
Il grande linguista Tullio De Mauro ha analizzato a fondo il testo costituzionale scoprendo che la Costituzione è composta in totale da sole 9.369 parole. Di queste, ben 7.000 appartengono al cosiddetto "Vocabolario di base" della lingua italiana (le parole d'uso comune che chiunque possieda una licenza media inferiore comprende perfettamente). È un testo redatto con frasi brevi, assenza di subordinate complesse o gerghi burocratici ostici. Basti pensare alla perfezione lapidaria dell'Articolo 1: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione."
Verso il Futuro: L'Entrata in Vigore
Il 22 dicembre 1947, l'Assemblea Costituente approvò il testo definitivo con una maggioranza schiacciante: 453 voti favorevoli e 62 contrari. Un applauso scrosciante sancì la nascita giuridica della nuova nazione.
Pochi giorni dopo, il 27 dicembre, nel freddo salone di Palazzo Giustiniani, la Costituzione venne solennemente promulgata. Al tavolo vi erano tre uomini che rappresentavano le diverse anime del patto:
Enrico De Nicola, Capo provvisorio dello Stato (di estrazione liberale e monarchica, che accettò l'incarico con immensa riluttanza, convinto solo dalle preghiere dei colleghi).
Umberto Terracini, Presidente dell'Assemblea Costituente (comunista, che aveva passato undici anni nelle prigioni fasciste).
Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri (democristiano).
Il 1° Gennaio 1948, la Costituzione della Repubblica Italiana entrò in vigore.














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